Riflessioni sull'Esortazione Apostolica «Sacramentum
caritatis»
di Benedetto
XVI
Spiritualità presbiterale nella «Sacramentum caritatis»
Card. CLÁUDIO HUMMES
Prefetto della Congregazione per il Clero
Il Concilio Vaticano II aveva già
sottolineato la natura e l'importanza di una spiritualità propria del
presbitero diocesano in quanto tale. All'epoca, molto spesso, i sacerdoti
cercavano il cammino della santità orientandosi verso la spiritualità di
qualche Ordine o Congregazione religiosa. Il Concilio, viceversa, insegna che
«i presbiteri raggiungeranno la santità nel loro modo proprio se nello Spirito
di Cristo eserciteranno le proprie funzioni con impegno sincero e instancabile»
e, immediatamente dopo, specifica come questo potrà essere realizzato
nell'esercizio dei tre munus, vale a dire, «essendo ministri della
parola di Dio», «nella loro qualità di ministri della liturgia, soprattutto
nel sacrificio della Messa», e «reggendo e pascendo il popolo di Dio» (cfr Presbyterorum
ordinis, 13). Il compianto Papa Giovanni Paolo II, servo di Dio, nella Pastores
dabo vobis (1992), a proposito del fatto che molti candidati al sacerdozio
provengono oggi dai nuovi movimenti e dalle nuove spiritualità, osserva: «La
partecipazione del seminarista e del presbitero diocesano a particolari
spiritualità o aggregazioni ecclesiali è certamente, in se stessa, un fattore
benefico di crescita e di fraternità sacerdotale. Ma questa partecipazione non
deve ostacolare, bensì aiutare l'esercizio del ministero e la vita spirituale
che sono propri del sacerdote diocesano» (n. 68).
La parola «spiritualità» viene da «spirito».
Porsi domande sulla spiritualità di qualcuno significa domandare quale sia lo
spirito che lo muove e lo ispira nella scoperta e nella realizzazione del senso
della sua vita, nella ricerca dei suoi obiettivi, nel comprendere quali siano
le sue aspirazioni determinanti. Per noi cristiani, questo spirito è
necessariamente lo Spirito di Cristo. Egli deve rappresentare il nostro pungolo
e la nostra ispirazione. A Lui dobbiamo aspirare. Di conseguenza, anche il
presbitero deve vivere questa spiritualità, centrata in Cristo, ma con caratteristiche
specifiche secondo la sua vocazione propria, il suo ministero e la sua
missione. Deve ispirarsi a Cristo, Servo e Capo della Chiesa, nel suo triplice
ministero di Profeta, Sacerdote e Pastore, dal momento che di questo triplice munus
di Cristo il presbitero partecipa realmente e a titolo proprio in virtù
della sua ordinazione.
Nell'Esortazione post-sinodale Sacramentum
caritatis, il cui tema è l'Eucaristia, fonte e apice della vita e della missione
della Chiesa, Benedetto XVI ha costantemente davanti agli occhi anche i
presbiteri. Il sacerdozio cristiano è stato fondato da Cristo, che lo ha posto
essenzialmente in connessione con l'Eucaristia, quando, nell'Ultima Cena, ha
detto ai suoi apostoli: «Fate questo in memoria di me» (Le 22, 19; 1 Cor
11, 25). Afferma il Papa che «l'Eucaristia è costitutiva dell'essere e
dell'agire della Chiesa» (n. 15). In questo senso, essa è il centro della vita
della Chiesa. Anche Giovanni Paolo II, nella sua enciclica Ecclesia de
Eucharistia (2003), insegnava che «il nucleo del mistero della Chiesa» era
espresso nell'affermazione secondo cui «la Chiesa vive dell'Eucaristia»
(introduzione), quindi «l’Eucaristia edifica la Chiesa e la Chiesa fa
l'Eucaristia» (n. 26). Il Concilio, da parte sua, affermava: «Tutti i
sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere d'apostolato,
sono strettamente uniti alla sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati.
Infatti, nella Santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della
Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua, Lui il pane vivo che, mediante la
sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà vita agli uomini»
(PO n. 5).
Se l'Eucaristia è il centro della vita della Chiesa,
deve anche uniformare la spiritualità di tutti i cristiani. Afferma Benedetto
XVI in Sacramentum caritatis:. «L'Eucaristia, come mistero da vivere, si
offre a ciascuno di noi nella condizione in cui egli si trova, facendo
diventare la sua situazione esistenziale luogo in cui vivere quotidianamente la
novità cristiana. Se il Sacrificio eucaristico alimenta ed accresce in noi
quanto ci è già dato nel Battesimo per il quale tutti siamo chiamati alla
santità, allora questo deve emergere e mostrarsi proprio nelle situazioni o
stati di vita in cui ogni cristiano si trova» (n. 79). Tuttavia, aggiunge il
Papa, »la forma eucaristica dell'esistenza si manifesta indubbiamente in modo
particolare nello stato di vita sacerdotale. La spiritualità sacerdotale è
intrinsecamente eucaristica [...]. Per dare alla sua esistenza una sempre più
compiuta forma eucaristica, il sacerdote ['...] deve fare ampio spazio
alla vita spirituale. Egli è chiamato a essere continuamente un autentico
ricercatore di Dio, pur restando al contempo vicino alle preoccupazioni degli
uomini. Una vita spirituale intensa gli permetterà di entrare più profondamente
in comunione con il Signore e lo aiuterà a lasciarsi possedere dall'amore di
Dio, divenendone testimone in ogni circostanza, anche difficile e buia» (n.
80).
«Lasciarsi
possedere dall'amore di Dio» è davvero fondamentale nella spiritualità ed è
profondamente eucaristico. La vita spirituale cristiana e sacerdotale, infatti,
vive dell'incontro personale e comunitario, sempre rinnovato, con Gesù Cristo.
Questo incontro forte consiste nell'esperienza concreta e speciale di essere
stati raggiunti dall'amore di Gesù Cristo, di essere amati personalmente da Lui
e, di conseguenza, diventare capaci di rispondere a questo amore. Sentirsi
amati e amare, in questo consiste la felicità umana. Lo stesso vale nella
spiritualità. Ora, l'Eucaristia si presenta come la migliore opportunità per
vivere questa esperienza viva di Cristo, per incontrarci con Lui che si dona a
noi senza riserve, nel suo corpo e nel suo sangue che ci ha consegnato per la
nostra salvezza. Nell'Eucaristia, Egli ci ha amati fino alla fine e, come fece
nell'Ultima Cena, ci ha insegnato ad amare i nostri fratelli, come Lui ha amato
noi, specialmente i più poveri e sofferenti: «Vi do un comandamento nuovo: che
vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete
miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,
34-35).
Come abbiamo visto, il Papa esorta ogni presbitero a «fare ampio
spazio alla vita spirituale», trasformandosi in «un autentico ricercatore di
Dio». «Ricercare Dio», non soltanto, nel senso di perseguire una maggiore
conoscenza teorica di Dio, ma di vivere un'esperienza viva e profonda di Dio.
In assenza di questa esperienza, che deve già essere cercata nel tempo del
seminario e sempre rinnovata nel ministero presbiterale, il sacerdote avrà
enormi difficoltà a vivere la sua vocazione e missione. Dio non può essere
soltanto un'idea astratta, una dottrina, un programma di vita, deve essere
soprattutto Qualcuno con cui coltivo una relazione personale forte e di
amicizia, filiale, adulta e responsabile, una relazione di alleanza e impegno
incondizionato nella missione di salvare l'umanità. Per questo, il Papa afferma
che il sacerdote deve essere «un autentico ricercatore di Dio, pur restando al
contempo vicino alle preoccupazioni degli uomini». Insieme, il sacerdote e
Gesù Cristo si dedicano senza riserve alla salvezza degli uomini. Fianco a
fianco, vanno in missione. Così come Gesù passava intere notti in preghiera
insieme al Padre, certamente conferendo con Lui sull'andamento della sua missione
in questo mondo, allo stesso modo deve comportarsi il sacerdote. Questo
riferirsi costantemente a Dio e, per un altro verso, donarsi integralmente alla
missione insieme agli uomini, anche nel caso in cui questo gli costasse la
vita, appare profondamente eucaristico. È alla scuola dell'Eucaristia che il
sacerdote si fortifica in questo itinerario di vita spirituale e pastorale.
Di conseguenza, il Papa dichiara: «Raccomando
ai sacerdoti la celebrazione quotidiana della santa Messa, anche quando non ci
fosse partecipazione di fedeli» (n. 80). Ovviamente, sempre che sia possibile,
sarà meglio celebrare la Messa con la partecipazione dei fedeli. Questo lo
raccomanda vivamente il Concilio Vaticano II, e Benedetto XVI lo conferma nel
far proprio quello che i Padri Sinodali avevano riconosciuto, vale a dire: «i
Padri Sinodali hanno costatato e ribadito il benefico influsso che la riforma
liturgica attuata a partire dal Concilio Vaticano II ha avuto per la vita della
Chiesa» (n 3). Tuttavia, il Papa fonda la sua raccomandazione della Messa
quotidiana anche senza la partecipazione dei fedeli sull'argomentazione che
essa concorda «innanzitutto con il valore oggettivamente infinito di ogni
celebrazione eucaristica». In verità, la santa Messa è sempre un atto che
equivale a un abbraccio universale, persino cosmico, ma anche escatologico,
cosicché anche nell'assenza fisica dei fedeli continua ad essere essenzialmente
comunitaria, coinvolgendo l'intero Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa. La
celebrazione quotidiana possiede inoltre una «singolare efficacia spirituale,
perché, se vissuta con attenzione e fede, la santa Messa è formativa nel senso
più profondo del termine, in quanto promuove la conformazione a Cristo e
rinsalda il sacerdote nella sua vocazione» (n. 80).
Inoltre, celebrare la Santa Messa deve essere non una
delle tante azioni della giornata, bensì il momento centrale, l'azione più
importante del ministero sacerdotale. Nel mondo non si produce alcun avvenimento
superiore, più significativo, più coinvolgente, più salvifico, più trasformante
e vivificante, più misericordioso nei confronti delle miserie umane di quanto
non lo sia la celebrazione dell'Eucaristia, che rende presente nella storia,
rinnovandolo ogni volta, il sacrificio unico e pasquale di Gesù Cristo, offerto
al Padre per la nostra salvezza.
Se la santa Messa costituisce tutti i giorni l'atto più importante
della storia umana, allora la sua celebrazione deve essere realizzata con la
massima dignità e attenzione. Scrive Benedetto XVI: «Nella liturgia rifulge il
Mistero pasquale mediante il quale Cristo stesso ci attrae a sé e ci chiama
alla comunione [...], la verità dell'amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci
affascina e ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso
la nostra vera vocazione: l'amore» (n. 35). Tutto questo è azione di Dio. Ora,
«poiché la liturgia eucaristica è essenzialmente actio Dei che ci
coinvolge in Gesù per mezzo dello Spirito, il suo fondamento non è a
disposizione del nostro arbitrio e non può subire il ricatto delle mode del momento»
(n. 37). Considerato questo, si capisce l'importanza dell'«obbedienza fedele
alle norme liturgiche nella loro completezza, poiché è proprio questo modo di
celebrare ad assicurare da duemila anni la vita di fede.. di tutti i. credenti»
sottolinea . il Papa (n. 38), e aggiunge: «L'attenzione e l'obbedienza alla
struttura propria del rito, mentre esprimono il riconoscimento del carattere
di dono dell'Eucaristia, manifestano la volontà del ministro di accogliere con
docile gratitudine tale ineffabile dono» (n. 40).
La spiritualità eucaristica, che deve costituire
l'asse centrale della spiritualità presbiterale, oltre alla degna celebrazione
dell'Eucaristia, si rafforza con la devozione eucaristica, che ha nella visita
e adorazione del Santissimo Sacramento nel tabernacolo, durante il corso
della giornata, una delle sue espressioni più tradizionali, confermata
dall'esempio di tanti santi e sante. Veramente, le ore trascorse davanti al
Santissimo sono tra le più preziose nella vita del presbitero. Tutti noi lo
impariamo sin dal tempo del. seminario. Si tratta di opportunità, inestimabili
per vivere un lungo momento di preghiera e di incontro personale con il
Signore. Sappiamo che negli ultimi decenni, con la riforma liturgica del
Concilio Vaticano II, talvolta, non si comprende bene la relazione tra la
celebrazione della santa Messa e l'adorazione eucaristica. Il Papa cita questa
incomprensione e la corregge, affermando: «Mentre la riforma muoveva i primi
passi, a volte l'intrinseco rapporto tra la santa Messa e l'adorazione del SS.
Sacramento non fu abbastanza chiaramente percepito. Un'obiezione allora
diffusa prendeva spunto, ad esempio, dal rilievo secondo cui il Pane eucaristico ci sarebbe stato dato
non per essere contemplato, ma per essere mangiato. In realtà, alla luce
dell'esperienza di preghiera della Chiesa, tale contrapposizione si rivelava
priva di ogni fondamento [...]. L'adorazione eucaristica non è che l'ovvio
sviluppo della Celebrazione eucaristica, la quale è in se stessa il più grande
atto d'adorazione della Chiesa. Ricevere l'Eucaristia significa porsi in
atteggiamento di adorazione verso Colui che riceviamo» (n. 66).
Per manifestare tutta la ricchezza del mistero eucaristico
nel contesto della spiritualità presbiterale, inoltre, conviene sottolineare ancora i
seguenti aspetti. Prima di tutto, il carattere trinitario della fede eucaristica.
Nell'Eucaristia, la Chiesa incontra il mistero della Santissima Trinità ed è
inserita nella Sua comunione di vita e d'amore, attraverso il memoriale del
mistero. pasquale della morte e risurrezione di Gesù Cristo, celebrato e reso
presente sacramentalmente. Dice Benedetto XVI: «Nell'Eucaristia si rivela il
disegno d'amore che guida tutta la storia della salvezza (cfr Ef 1, 10;
3, 8-11). In essa il Deus Trinitas, che in se stesso è amore (cfr 1
Gv 4, 7-8), si lascia coinvolgere pienamente nella nostra condizione umana.
Nel pane e nel vino, sotto le cui apparenze Cristo si dona a noi nella cena
pasquale (cfr Lc 22, 14-20; 1 Cor 11, 23-26), è l'intera vita
divina che ci raggiunge e si partecipa a noi nella forma del Sacramento. Dio
è comunione perfetta d'amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo [...].
È in Cristo morto e risorto e nell'effusione dello Spirito Santo, dato senza
misura (cfr Gv 3, 34), che siamo resi partecipi dell'intimità divina»
(n. 8). Tutto questo ha avuto inizio quando il Padre ha inviato il Suo Figlio,
fatto uomo nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. In
questo contesto, il Papa riporta quel brano illuminante del Vangelo: «Dio ha
tanto amato il mondo da dare il suo Figlio, perché chiunque crede in lui non
muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per
giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3,
16-17).
L'altro elemento eucaristico è il dono
senza riserve che Cristo fa di se stesso per la vita del mondo. «Questo, è il
mio corpo che è dato per voi [...]. Questo calice è la nuova alleanza nel mio
sangue, che viene versato per voi» (Lc 22, 19-20). Così, Gesù nell'Eucaristia
dell'Ultima Cena anticipa il dono della "sua vita sulla croce. Egli si
dona totalmente: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i
propri amici» (Gv 15, 13). Ogni volta che il presbitero celebra l'Eucaristia,
impara da Cristo a dare la sua vita, senza riserve, per la salvezza dell'umanità.
Questa donazione integrale, resa possibile per una configurazione crescente con
Gesù Cristo, morto e risorto, sostiene e alimenta anche nel sacerdote il
carisma del celibato.
Nell'Eucaristia, Cristo distribuisce il Pane di vita,
che è
Lui stesso, morto e risorto. Questo è il vero Pane di cui ogni essere-umano ha
una fame profonda. Tutti siamo stati creati per la comunione con la vita
divina della Santissima Trinità. Vita d'amore, perché Dio è amore. Amare e
sentirsi amati. Il pane eucaristico costituisce prova e dono di questo amore
divino. Ma al contempo ci ricorda che in questo mondo il pane materiale,
indispensabile per sopravvivere, non è distribuito in modo giusto e fraterno.
Anzi, tanti hanno fame. Muoiono di fame. La solidarietà concreta ed efficace
con i poveri rappresenta una forma di' coerenza necessaria per chi partecipa
dell'Eucaristia. Dice il Papa: «Le nostre comunità, quando celebrano
l'Eucaristia, devono prendere sempre più coscienza che il sacrificio di Cristo
è per tutti e pertanto l'Eucaristia spinge ogni credente in Lui a farsi
"pane spezzato" per gli altri, e dunque ad impegnarsi per un mondo
giusto e fraterno. Pensando alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, dobbiamo
riconoscere che Cristo ancora oggi continua ad esortare i suoi discepoli ad
impegnarsi in prima persona: "Date loro voi stessi da mangiare" (Mt
14, 16)» (n. 88).
In quest'ampia visione dell'Eucaristia vista come «pane
spezzato per la vita del mondo», Benedetto XVI ci esorta a lasciarci
coinvolgere sempre e nuovamente nella costruzione di un mondo di vera pace,
fondata sulla «giustizia, la riconciliazione e il perdono» (n. 89), ma un mondo
che faccia uscire «stabilmente dall'indigenza lo sterminato esercito dei
poveri» (n. 90).
Infine, bisogna considerare che «una Chiesa
autenticamente eucaristica è una Chiesa missionaria» (n. 84). L'Eucaristia
spinge il presbitero ad essere missionario. Alcuni vanno in missione «ad
gentes». Tutti, però, sono chiamati ad essere missionari tra la gente della
propria parrocchia e della propria diocesi. Missionari nel senso stretto della
parola, vale a dire, persone che decidono di uscire e andare incontro
L alla gente, specialmente incontro ai cattolici che
si sono allontanati. E un immenso campo di azione missionaria. La messe è matura e
rischia davvero di perdersi. Oggi la Chiesa si rende conto nuovamente che solo
una vera missionarietà potrà rinnovarla. Scrive il Papa: «In effetti, non
possiamo tenere per noi l'amore che celebriamo nel Sacramento. Esso chiede per
sua natura di essere comunicato a tutti. Ciò di cui il mondo ha bisogno è
l'amore di Dio, è incontrare Cristo e credere in lui. Per questo l'Eucaristia
non è solo fonte e culmine della vita della Chiesa; lo è anche della sua
missione [...]. Non possiamo accostarci alla Mensa eucaristica senza lasciarci
trascinare nel movimento della missione che, prendendo avvio dal Cuore stesso
di Dio, mira a raggiungere tutti gli uomini. Pertanto, è parte costitutiva
della forma eucaristica dell'esistenza cristiana la tensione missionaria» (n.
84).
Questi sono alcuni elementi, contenuti nella Sacramentum
caritatis,
che
formano parte di un'autentica spiritualità presbiterale. In questo modo, Benedetto
XVI dimostra ancora una volta il suo amore e la sua vicinanza ai sacerdoti.